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Scilla e Cariddi

Trascorso un anno presso la maga Circe, Ulisse e i suoi compagni ripartono e giungono nella terra dei Cimmerii. Qui c’è l’accesso all’Ade, il regno dei morti, dove Ulisse incontra la madre Anticlea, Achille e l’indovino Tiresia che gli predice il ritorno in patria, ma anche la morte di tutti i suoi compagni. Ripreso quindi il mare, Ulisse incontra le Sirene dal canto ingannatore e due terribili mostri: Scilla e Cariddi.

Le due rupi poste tra l'Italia peninsulare e la Sicilia, affacciate sullo stretto di Messina, note fin dall'antichità per in pericolo che rappresentavano per la navigazione e ritenute sede di due terribili mostri chiamati con quei nomi. Scilla, sulla rupe posta in prossimità di Reggio Calabria, aveva dodici piedi e sei lunghi colli sormontati da altrettante teste; in ognuna delle sei bocche aveva tre file di denti e latrava come un cane. Cariddi, sulla costa siciliana, stava appostata invisibile sotto un alto albero di fico e tre volte al giorno inghiottiva le acque dello stretto, rivomitandole successivamente in mare.
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Scolla e Cariddi in azione

Odissea, XIIModifica

L'altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, vicini uno all'altro, dall'uno potresti colpir l'altro di freccia. Su questo c'è un fico grande, ricco di foglie; e sotto Cariddi gloriosamente l'acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe.

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Sull'altra sponda, presso l'attuale città di Reggio Calabria, un tempo viveva un' altra bellissima ninfa di nome Scilla, figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis).

Scilla era solita wa recarsi sugli scogli di Zancle per passeggiare sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, in quei luoghi incontrò un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco. Secondo la leggenda Glauco si innamorò pazzamente della ninfa tanto da respingere per lei Circe. La maga, offesa e indispettita, decise di vendicarsi tramutandola in una creatura mostruosa. con sei teste di cani rabbiosi e ringhianti. Così Scilla andò a nascondersi presso lo stretto di Messina in un antro là dove la costa calabra si protende verso la Sicilia. Da lì seminava strage e terrore tra i naviganti che imprudentemente le passavano vicino. Per questo motivo, nell'antichità, tutti i naviganti stavano lontani da questi luoghi, tutti tranne il mitico Ulisse che spinto dalla sua proverbiale curiosità si mise dei tappi di cera nelle orecchie e si fece legare dai suoi compagni all'albero della sua nave per non ascoltare il canto delle sirene che affollavano questi mari e per vedere in faccia i due mostri. Zeus le scaglia contro un fulmine trasformandola in mostro. Lei rimarrà sullo Stretto di Messina nella riva opposta a Scilla. Tracanna enormi quantità d’acqua che poi risputa con violenza nel mare causando quei gorghi che inghiottono le navi di passaggio (nell’immagine: Giovanni Angelo Montorsoli – Cariddi, 1557, Messina, Museo Nazionale; prima del terremoto del 1908 era in coppia con la statua di Scilla nella fontana del Nettuno).

Dall’Odissea di Omero, Libro XII, 101-104: “L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, vicini uno all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di freccia. Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie; e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe”.

Scilla ivi alberga, che moleste grida Di mandar non ristà. La costei voce Altro non par che un guaiolar perenne Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse, Non mirerebbe in lei senza ribrezzo, Dodici ha piedi, anteriori tutti, Sei lunghissimi colli e su ciascuno Spaventosa una testa, e nelle bocche Di spessi denti un triplicato giro, E la morte più amara di ogni dente.

Un altro fenomeno notato dagli antichi era quello che, fu chiamato "Fata Morgana" che nei romanzi cavallereschi era sorella di re Artù ed allieva di Mago Merlino. L’evaporizzazione provocata dal surriscaldamento dell’acqua del mare, nelle calde giornate d’estate, produce foschie, facili a creare immagini di ombre vaganti. Furono proprio queste foschie che facevano "vedere" ai Greci, dalla costa calabra, schiere di uomini erranti sulla costa sicula e a far nascere il mito della Fata Morgana.

Il mitoModifica

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Scilla e cariddi

Scilla e Cariddi erano due mostri marini che vivevano nello stretto di Messina. La leggenda narra che Scilla era una splendida ninfa, figlia di Forco e Crataide. Trascorreva i suoi giorni nel mare, giocando con le altre ninfe e rifiutava tutti i pretendenti. Quando il dio del mare Glauco si innamorò di lei, andò dalla maga Circe a chiedere un filtro d’amore, ma Circe a sua volta si invaghì di lui. Rifiutata da Glauco, rosa dalla gelosia, trasformò la rivale Scilla in un mostro con dodici piedi e sei teste, nelle cui bocche spuntavano tre file di denti. Secondo alcuni, intorno alla vita aveva appese teste di cani che abbaiavano e ringhiavano ferocemente. Scilla era immortale e l’unica maniera per difendersi da lei era quella di invocare l’aiuto di sua madre, la ninfa del mare Crataide. Il mostro si nascose in una spelonca dello stretto di Messina, dal lato opposto a quello di Cariddi, e quando i naviganti si avvicinavano a lei, con le sue bocche li divorava. Venne infine trasformata in roccia, e in questa forma la trovò Enea passando dallo stretto. Cariddi è un mitico gorgo dell’estremità settentrionale dello stretto di Messina. Descritto come un mostro figlio di Poseidone e di Gea, succhiava l’acqua del mare e la risputava tre volte al giorno con tale violenza da far naufragare le navi di passaggio. Odisseo, dovendo passare necessariamente tra i due mostri, preferì avvicinarsi a Scilla poichè Cariddi avrebbe portato sicuramente la distruzione delle navi. Più tardi, dopo che i suoi uomini erano stati uccisi da Zeus per aver catturato gli armamenti di Elio, la nave di Odisseo venne attratta dal gorgo di Cariddi, e l’eroe sopravvisse soltanto perchè riuscì ad aggrapparsi ad un fico che sbucava dall’acqua. Quando, ore dopo, ricomparve la nave, Odisseo s’aggrappò ad un albero riemerso, ed ebbe salva la vita.

MitologiaModifica

Sin dai tempi più remoti, lo stretto di Messina è sempre stato un luogo ricco di suggestione e di fascino che ha contribuito significativamente a creare i tanti miti ad esso connesso. La navigazione dello Stretto, infatti, ebbe nell'antichità una bruttissima fama e realmente presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari. Anche i venti vi spirano violenti e talora in conflitto tra loro.All'ora e scontrandosi danno luogo a enormi vortici che sicuramente terrorizzavano i naviganti. I più noti sono quello che gli antichi chiamarono Cariddi (colei che risucchia), che si forma davanti alla spiaggia del Faro e l'altro Scilla (colei che dilania), che si forma sulla costa calabrese.Cariddi è accompagnato talvolta da un rimescolarsi delle acque così violente da mettere in pericolo le piccole imbarcazioni.Tra le leggende più belle appartenenti al patrimonio culturale dell'antica Messina, la più nota è, senza dubbio, la leggenda che ricorda l'esistenza del mostro Cariddi, mitica personificazione di un vortice formato dalle acque dello stretto di Messina.
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Scilla e Cariddi il mito del mare-0

Di Cariddi si sa ben poco ed anzi vi sono anche alcune incongruenze intorno alla sua storia. Per alcuni infatti, Cariddi era una ninfa, figlia di Poseidone (il mare) e di Gea (la terra) ed era continuamente tormentata da una grande voracità. Si narra che avrebbe rubato e divorato i buoi di Eracle che era passato dallo Stretto coll'armento di Gerione, e che Zeus, per punirla, l'avrebbe tramutata in un orribile mostro. Alcuni autori narrano invece, che la ninfa sarebbe stata uccisa da Eracle stesso, ma poi resuscitata da suo padre Forco. In ogni caso, si sa di certo che Omero fu il primo a parlarne, dicendo che il mostro ingoiava tre volte al giorno un enorme quantità d'acqua per poi sputarla trattenendo, però, tutti gli esseri viventi che vi trovava. 

Ulisse e le sireneModifica

E intanto velocemente giunse la nave all’isola delle due Sirene: un vento favorevole la spingeva. Allora subito il vento cessò e venne la bonaccia tranquilla: un dio addormentò le onde.

Si alzavano in piedi i compagni: ammainarono la vela e la gettarono in fondo alla nave. Poi sedevano ai remi e facevano biancheggiare l’acqua con le lisce pale d’abete. E io tagliavo una grossa forma di cera in piccoli pezzi con l’affilata arma di bronzo e li schiacciavo con le mani robuste. E ben presto si ammolliva la cera poiché la vinceva la grande mia forza, e lo splendore del Sole sovrano, figlio di Iperione. Uno dopo l’altro, la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni.
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Essi mi legarono nella nave le mani e i piedi, stando io là ritto alla base dell’albero: e a questo allacciavano le funi. Poi si sedevano e andavano battendo coi remi il mare. Ma quando ero tanto lontano quanto si fa sentire uno che grida, e rapidamente loro spingevano, non sfuggì alle Sirene che passava vicino una celere nave, e intonavano un canto melodioso: «Vieni qui, Odisseo glorioso, grande vanto degli Achei: ferma la nave, se vuoi ascoltare la nostra voce. Nessuno mai è passato di qui con la nave senza prima udire dalle nostre bocche la voce dal dolce suono: ma poi se ne va con viva gioia e conosce più cose. Noi sappiamo tutto quello che nell’ampia pianura di Troia soffrirono gli Argivi e i Troiani per volontà degli dèi. E sappiamo anche quanto avviene sulla terra che nutre tanta gente». Così dicevano emettendo la bella voce. E io volevo ascoltare e ordinavo ai compagni di sciogliermi e facevo segni con gli occhi. Quelli curvandosi remavano. Subito si alzavano in piedi Perimede ed Euriloco, e mi legavano con molte corde e mi stringevano ancora di più. Dopo che furono passati oltre, e non udivamo più la voce delle Sirene e neppure il canto, in fretta i miei fedeli compagni si tolsero via la cera che avevo spalmato loro sulle orecchie, e sciolsero me dai legami. Noi navigavamo dentro lo stretto, gemendo. Da una parte c’era Scilla; e dall’altra la divina Cariddi cominciò spaventosamente a inghiottire l’acqua salata del mare. E quando la rigettava, come una caldaia sopra un gran fuoco, gorgo- gliava l’onda rimescolandosi tutta: la schiuma era sollevata in alto e ricadeva sulla vetta di entrambi gli scogli. Ma appena lei riassorbiva l’acqua, tutta dentro si mostrava sconvolta: all’intorno la roccia mug- ghiava terribilmente, sotto compariva la terra nera di sabbia. La pallida paura afferrava i miei compagni. Noi guardavamo verso di lei con il terrore della morte. E intanto Scilla mi ghermì10 dal fondo della nave sei compagni, che erano i migliori per forza di braccia. Volsi lo sguardo di sulla prua alla nave e a un tempo dietro i compagni: ma ormai ne vidi solo i piedi e le mani mentre venivano levati in alto. E gridando mi chiamavano per nome ed era allora l’ultima volta disperati. Come quando su di un promontorio il pescatore con una lunga canna butta giù ai pesci piccoli l’inganno dell’esca, lanciando in mare il corno di bue selvatico che protegge la cordicella sopra l’amo; e guizza il pesce quando egli lo cattura e lo getta fuori dell’acqua: così si di battevano quelli a venir sollevati verso le rocce. E là sull’entrata della spelonca lei se li mangiava che gridavano ancora, e mi tendevano le mani nella mischia atroce. Quella fu davvero la cosa più miserevole che vidi con questi miei occhi fra tutte le disavventure che soffersi, esplorando le vie del mare.


1) Sirene: secondo la mitologia greco-romana, mostri marini con la testa di donna e il corpo di uccello. Avevano il potere di affascinare con il loro canto i marinai, costringendoli a naufragare sugli scogli. Nel Medioevo il termine «sirena» indicava una figura di donna con la parte inferiore del corpo a forma di pesce.

2) bonaccia: stato del mare in calma e con assenza di vento.

3) pale: remi.

4) celere: veloce,rapida.

5) Argivi: gli abitanti di Argo; nome esteso successivamente a indicare tutti gli Achei.

6) Perimede ed Euriloco: due compagni di Ulisse.

7) Scilla: ninfa bellissima trasformata in un terribile mostro con dodici piedi, due teste e sei bocche. Risiedeva in uno scoglio marino sullo stretto di Messi- na di fronte a un altro mostro, Cariddi, e lì divorava i marinai che si avvicinavano.

8) Cariddi: ninfa bellissima trasformata in mostro. Risiedeva in uno scoglio marino di fronte a Scilla e tre volte al giorno inghiottiva le onde del mare, rigettandole poi per altrettante volte. Le Sirene, Scilla e Cariddi

9) mugghiava: rumoreggiava.

10) ghermì: afferrò.

La figura delle sirene (simbologia)Modifica

Le sirene sono simboli della seduzione, distinta dall'amore vero e proprio,rappresentano il rischio e l'avventura.La sirena rende passivo l’uomo che la ascolta, gli fa smarrire l’identità, lo perde; lo spinge nell'oblio della propria esistenza, delle proprie sofferenze. È un oblio totale che porta l'uomo a dimenticare la sua condizione mortale, il bere, il mangiare e che quindi uccide.

libro XII,versi 266-346Modifica

Già rimanea l’isola indietro; ed ecco

Denso apparirmi un fumo, e vasti flutti,

E gli orecchi intronarmi alto fragore.

Ne sbigottiro i miei compagni, e i lunghi

Remi di man lor caddero, e la nave, 270

Che de’ fidi suoi remi era tarpata,

Là immantinente s’arrestò. Ma io

Di su, di giù per la corsia movendo,

E con blanda favella or questo, or quello

De’ compagni abbordando, O, dissi, meco. 275

Sin qua passati per cotanti affanni,

Non ci sovrasta un maggior mal, che quando

L’infinito vigor di Polifemo

Nell’antro ci chiudea. Pur quinci ancora

Col valor mio vi trassi, e col mio senno, 280

E vi fia dolce il rimembrarlo un giorno.

Via, dunque, via, ciò, ch’io comando, tutti

Facciam: voi, stando sovra i banchi, l’onde

Percotete co’ remi, e Giove, io spero,

Concederà dalle correnti scampo. 285

Ma tu, che il timon reggi, abbiti in mente

Questo, nè l’obbliar: guida il naviglio

Fuor del fumo, e del fiotto, ed all’opposta

Rupe ognor mira, e ad essa tienti, o noi

Getterai nell’orribile vorago. 290

Tutti alla voce mia ratto ubbidiro.

Se non ch’io Scilla, immedicabil piaga,

Tacqui, non forse, abbandonati i banchi,

L’un sovra l’altro per soverchia tema

Della nave cacciassersi nel fondo. 295

E qui, di Circe, che vietommi l’arme,

Negletto il disamabile comando,

Io dell’arme vestiami, e con due lunghe

Nell’impavida mano aste lucenti

Salia sul palco della nave in prua, 300

Attendendo colà, che l’efferata

Abitatrice dell’infame scoglio

Indi, gli amici a m’involar, sbalzasse:

Nè, perchè del ficcarli in tutto il bruno

Macigno stanchi io mi sentissi gli occhi, 305

Da parte alcuna rimirarla io valsi.

Navigavamo addolorati intanto

Per l’angusto sentier: Scilla da un lato,

Dall’altro era l’orribile Cariddi,

Che del mare inghiottia l’onde spumose. 310

Sempre che rigettavale, siccome

Caldaja in molto rilucente foco,

Mormorava bollendo; e i larghi sprazzi,

Che andavan sino al cielo, in vetta d’ambo

Gli scogli ricadevano. Ma quando. 315

I salsi flutti ringhiottiva, tutta

Commoveasi di dentro, ed alla rupe

Terribilmente rimbombava intorno,

E, l’onda il seno aprendo, un’azzurrigna

Sabbia parea nell’imo fondo: verdi. 320

Le guance di paura a tutti io scôrsi.

Mentre in Cariddi tenevam le ciglia,

Una morte temendone vicina,

Sei de’ compagni, i più di man gagliardi,

Scilla rapimmi dal naviglio. Io gli occhi. 325

Torsi, e li vidi, che levati in alto

Braccia, e piedi agitavano, ed Ulisse

Chiamavan, lassi! per l’estrema volta.

Qual pescator, che su pendente rupe

Tuffa di bue silvestre in mare il corno. 330

Con lunghissima canna, un’infedele

Esca ai minuti abitatori offrendo,

E fuor li trae dall’onda, e palpitanti

Scagliali sul terren: non altrimenti

Scilla i compagni dal naviglio alzava, 335

E innanzi divoravali allo speco,

Che dolenti mettean grida, e le mani

Nel gran disastro mi stendeano indarno.

Fra i molti acerbi casi, ond’io sostenni,

Solcando il mar, la vista, oggetto mai. 340

Di cotanta pietà non mi s’offerse.

Scilla, e Cariddi oltrepassate, in faccia

La feconda ci apparve isola amena,

Ove il gregge del Sol pasce, e l’armento;

E ne giungean dall’ampie stalle a noi. 345

I belati su l’aure, ed i muggiti.

Link sitiModifica

http://it.wikipedia.org/wiki/Cariddi

http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/speciali.jsp?IDNews=8942

http://it.wikipedia.org/wiki/Scilla_(Forco)

http://www.fabbriscuola.it/espandiLibro/italiano/il_narratore/mito_epica/pdf/odissea_le_sirene.pdf http://www.tanogabo.it/scilla_cariddi.htm

Link videoModifica

http://m.youtube.com/watch?v=f9pcp686f6w&desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3Df9pcp686f6w&gl=IT

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