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Achille è un semidio, figlio di Peleo e la ninfa Teti, Zeus e Poseidone si erano contesi la mano di Teti fino a quando Prometeo profetizzò che la ninfa avrebbe generato un figlio più potente del padre. Per questo motivo essi dovettero rinunciare alle loro pretese e costrinsero Teti a sposare Peleo, giustamente convinti che il figlio di un mortale non avrebbe costituito una minaccia. La madre per renderlo invulnerabile lo immerse neonato nelle acque sacre del fiume Stige tenendolo per un tal­lone; quel tallone divenne l’unico punto non bagnato dall’acqua e quindi vulnerabile. E’ uno dei massimi eroi greci, protagonista dell'Iliade omerica.
Dalla madre Tetide Achille seppe qual era il fato che gli era predestinato: o raggiungere la gloria e morire in giovane età, oppure vivere una vita lunga ma ingloriosa e insignificante. Achille scelse la prima alternativa e salpò per la guerra di Troia, pur sapendo che per lui non ci sarebbe stato ritorno da quella spedizione.

Il mito di Achille : Achille nell'Iliade rappresenta la forza e il coraggio, colui che da solo può sconfiggere un popolo, infatti questo mito rimane famoso negli anni, perché il mito di Achille si intrec­cia con due carat­te­ri­sti­che dell’animo umano: l’ambizione che ci spinge ad osare oltre il limite; la con­sa­pe­vo­lezza della nostra precarietà. Il mito e la glo­ria dell’invulnerabile Achille e la vul­ne­ra­bi­lità del suo tal­lone sono pre­senti nelle nostre vite quo­ti­diane, e gene­ra­liz­zan­dolo nei destini della specie.

Trama Iliade:

Paride ha rapito Elena, moglie del Re Menelao. Si è mobilitata così tutta la Grecia Achea per vendicare l'offesa compiuta da Paride. Dopo nove anni di assedio Agamennone, capo dell'armata achea e fratello di Menelao, si rifiuta di restituire a Crise, sacerdote di Apollo, la figlia Criseide, che egli ha ottenuto come preda di guerra. Il dio colpisce con una pestilenza il campo dei Greci e Agamennone è costretto a restituire Criseide. Per compensarsi della perdita sottrae ad Achille la sua schiava Briseide. Achille, sdegnato, ritenendo d'avere ricevuto un affronto, decide di non combattere più a fianco degli Achei; senza Achille essi subiscono gravi perdite. Patroclo decide allora di scendere in campo con le armi di Achille, per far credere che lui fosse tornato al campo di battaglia, ma viene ucciso da Ettore, che lo spoglia delle armi sacre. Achille, riarmato da Efesto, torna a combattere per vendicare la morte dell'amico; trova lo scontro con Ettore che uccide in duello, infierendo sul suo corpo e confiscando il cadavere. Il re dei troiani Priamo giunge nel campo dei Greci a chiedere la restituzione del corpo di suo figlio Ettore; Achille fa dunque una pace personale con Priamo, permettendogli di riscattare la salma del figlio. Il destino della città di Troia privo del suo eroe più forte è ormai senza speranza.

Achille nell'Iliade:

La peste nel campo dei Greci Ormai da nove lunghi anni l’esercito dei Greci assediava le mura della città di Troia. Guidava le truppe Agamennone, re di Micene, e insieme a lui molti principi achei erano accorsi da tutta la Grecia per riportare Elena, rapita dal troiano Paride, al marito Menelao. Valorosi guerrieri greci e troiani si erano scontrati in innumerevoli battaglie e molto sangue era stato versato, ma invano: le sorti del conflitto restavano incerte. Sugli Achei, già provati dalla guerra, da nove giorni infuriava anche una tremenda pestilenza. Giovani nel fiore degli anni si ammalavano all’improvviso e in poche ore morivano tra atroci dolori, senza che i medici potessero far nulla per salvarli. Dal campo greco si levava un penetrante odore di morte. La proposta dell’indovino Calcante Il decimo giorno Achille, l’eroe più valoroso tra i Greci, riunì l’esercito e, al cospetto di tutti, disse al re Agamennone: «Mio comandante, la peste ci travolge. Se non troviamo subito un rime- dio, saremo costretti a tornarcene in patria sconfitti, dopo anni di inutili sofferenze. Interroghiamo un sacerdote: lui saprà dirci per quale motivo gli dei ci puniscono tanto severamente, e forse potremo placarli con i sacrifici». Si alzò allora l’indovino Calcante, e disse: «Hai dato un saggio consiglio, Achille. Sappiate che a perseguitarci è Apollo, adirato per l’offesa fatta al suo sacerdote Crise. Agamennone infatti ha preso prigioniera sua figlia Criseide, e la tiene presso di sé come schiava. Il vecchio Crise è venuto a reclamarla, ma Agamennone lo ha scacciato ed offeso. Da allora Apollo infuria su di noi e ci perseguita con questa peste rovinosa. I nostri mali cesseranno sol- tanto se Criseide verrà resa a suo padre». La contesa tra Agamennone e Achille A quelle parole Agamennone balzò in piedi infuriato e, guardando Calcante con occhi di fuoco, lo assalì: «Maledetto! Non fai altro che predire sciagure, e ora vorresti anche che rinunciassi a Criseide, la mia bella schiava?». Poi aggiunse, più pacato: «Ebbene, se questo è l’unico modo per salvare i miei uomini, io lo accetterò. Ma in cambio esigo che mi venga dato un altro dono, adeguato al mio valore». Gli rispose Achille: «Comandante, davvero tra tutti noi tu sei il più glorioso, ma anche il più avido! Ormai il bottino è stato diviso. Vorresti forse che qualche guerriero se ne privasse? Ognuno di loro ha combattuto con onore e si è meritato la sua parte». Ma Agamennone, sempre più adirato, ribatté: «Taci, arrogante! Tu dunque pretendi che io solo resti senza preda di guerra?». «Sappi, e sappiate tutti, che se non mi darete ciò che mi spetta, io Achille. La contesa tra Achille e Agamennone dà inizio al poema, creando una situazione di frattura tra il comandante della spedizione e il suo eroe più valoroso. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, l’ira di Achille non è legata a fattori sentimentali. Egli si sente offeso perché Agamennone vuole privarlo del suo bottino di guerra, segno del suo valore, e per lui questo gesto è un abuso di potere e un mancato riconoscimento del suo onore.La contesa A lui, guardandolo storto, disse Achille, veloce nei piedi: «Ah, rivestito d’impudenza, esoso nell’anima, come può volentieri un Acheo obbedire ai tuoi comandi, per mettersi in marcia o affrontare con forza i nemici? Io non sono venuto per i Troiani armati di lancia a combattere qui, ché di nulla mi sono colpevoli non m’hanno certo rubato le vacche e nemmeno i cavalli, né mai sono stati a Ftia,fertile popolosa, a devastare i miei campi, perché tra qui e lì ci sono troppi monti ombrosi e mare fragoroso: ma te, sfrontatissimo, abbiamo seguito, per i tuoi comodi, a mietere gloria per Menelao e per te, faccia di cane, a danno dei Troiani; del che non ti curi né ti preoccupi, e invece tu proprio minacci di togliermi il premio per cui molto ho penato, e me l’hanno donato i figli degli Achei. Mai ho un premio pari a te, quando gli Achei distruggono una città ben popolata dei Troiani; a danno dei Troiani; del che non ti curi né ti preoccupi, e invece tu proprio minacci di togliermi il premio per cui molto ho penato, e me l’hanno donato i figli degli Achei. Mai ho un premio pari a te, quando gli Achei distruggono una città ben popolata dei Troiani; ma la maggior parte della guerra faticosa la fanno le mani mie; se poi una volta c’è da dividere, a te va il premio di molto maggiore, ed io uno piccolo, tutto mio, me ne riporto alle navi, dopo essermi sfiancato a combattere. Ma ora me ne torno a Ftia, perché è certo assai meglio tornarmene a casa sulle navi ricurve, né ho intenzione di restar qui disonorato, a procacciarti benessere e ricchezza». Gli rispondeva allora Agamennone sovrano: «Fuggi pure, se la voglia ti spinge, né certo io ti prego per me di restare: al mio seguito ci sono anche altri

Achille
che mi faranno onore, ma sopra tutti Zeus sapiente. Il più odioso mi sei, fra i e alunni di Zeus:

sempre ti è cara la lite, le guerre e le battaglie: se molto sei forte, questo in fondo è dono d’un dio. Tornato a casa con le navi tue e con i tuoi compagni, sopra i Mirmidoni regna, ma io di te non mi curo, e non tremo della tua ira; anzi, voglio minacciarti così: dato che a me Febo Apollo ritoglie Criseide, la spedirò con la nave mia e con i miei compagni, ma io mi porto via Briseide dalle belle gote, venendo in persona alla tenda, lei, il tuo premio, che tu sappia bene quanto sono più forte di te, e chiunque altro rifugga di mettersi a pari con me ed eguagliarmi a fronte». Achille, ferito nell’onore, si sentì ribollire il sangue nelle vene e poco mancò che sguainasse la spada per uccidere all’istante Agamennone. Ma dall’Olimpo discese rapida Atena, la dea dagli occhi lucenti, protettrice dei Greci. Si avvicinò ad Achille e, invisibile a tutti tranne che a lui, gli sussurrò all’orecchio: «Calmati, controlla la tua ira! Se uccidi Agamennone, a gioirne saranno i nemici troiani. Se invece saprai dominarti, ti assicuro che sarai ripagato». Achille piegò la testa in segno di assenso e trattenne la mano, limitandosi a sfogare la sua rabbia a parole. Ma il Pelide di nuovo, con parole oltraggiose, si rivolgeva all’Atride, non desisteva ancora dall’ira: «Avvinazzato, tu che hai lo sguardo del cane, ma il cuore di un cervo20, mai di armarti alla guerra insieme all’esercito, né di appostarti in agguato con i più forti degli Achei ti senti il coraggio nell’animo: questo ti sembra la morte. Certo che è molto più comodo, nello spazioso accampamento acheo, rapinare premi a chiunque parli diverso da te. Sei un re che divora il suo popolo, poiché comandi su gente da nulla: se no adesso, figlio di Atreo, era l’ultima volta che insolentivi! Ma ti dirò una cosa, e farò un gran giuramento: [...]certo un giorno verrà rimpianto di Achille ai figli degli Achei, a tutti quanti, e allora non sarai capace, per quanto ti affligga,di dare un aiuto, quando molti per mano di Ettore massacratore cadranno morendo; e tu dentro ti mangerai l’anima, crucciandoti che al migliore degli Achei negasti un compenso». Quando ebbe finito di parlare, con un gesto di stizza gettò a terra lo scettro e sedette. Agamennone e Achille stavano l’uno di fronte all’altro, lanciandosi occhiate di fuoco. Intervenne allora il vecchio Nestore, che sapeva come placare gli animi con i suoi saggi discorsi. «Se i Troiani sapessero che i due più forti campioni dei Greci lottano tra loro» – disse – «certo ne sarebbero ben felici, perché questi litigi non servono a nulla, se non a indebolire la nostra forza». Con le sue pacate parole riuscì infine a riportare la calma e l’assemblea si sciolse. Criseide fu affidata a Odisseo, che la riportò per mare a suo padre. Poi vennero indetti solenni sacrifici in onore di Apollo, e la peste smise finalmente di mietere vittime tra i Greci. Ma Agamennone non aveva rinunciato al suo piano: voleva Briseide, la schiava di Achille. Achille consegna Briseide poi si rivolge alla madre Teti Quando Achille vide arrivare alla sua tenda gli scudieri mandati da Agamennone non si stupì: «Fate pure quello che vi è stato ordinato, voi non avete colpa» e, a malincuore, consegnò loro Briseide,«ma riferite questo ad Agamennone: se un giorno gli Achei avran- no bisogno del mio coraggio per combattere contro Troia, che nessuno venga a cercarmi. Io non ci sarò». Poi voltò loro le spalle e piangendo di rabbia e di dolore, Achille se ne andò sulla spiaggia e lì, solo, in riva al mare, invocò sua madre Teti, dea del mare. Dal profondo degli abissi lei sentì i suoi lamenti e subito emerse dalle onde. Sedendogli accanto, gli prese dolcemente la mano e gli chiese: «Dimmi, figlio mio, che cosa ti turba?». Achille le spiegò quello che era successo e concluse dicendo: «Madre, aiutami a vendicare il mio onore offeso. Va’ da Zeus e pregalo di concedere la vittoria ai Troiani e di mettere in difficoltà l’esercito greco. Solo così Agamennone capirà quanto il mio aiuto gli sia necessario e si pentirà di avermi offeso». Teti, commossa, rispose: «Figlio, la tua sorte è davvero infelice. Non solo il destino ti riserva una vita breve, ma ora si accanisce su di te, facendoti soffrire. Ti prometto che andrò da Zeus: sicuramente mi ascolterà». E scomparve tra la schiuma dei flutti. Tra gli dei dell’Olimpo Passavano i giorni, ma l’ira di Achille non si placava. L’eroe non partecipava alle assemblee né alle parate e, chiuso nella sua tenda, ripensava alle dure parole di Agamennone. Infine Teti volò sull’Olimpo e si inginocchiò ai piedi di Zeus e così lo pregò: «O padre di tutti gli dei, mio figlio Achille è stato offeso da Agamennone, che gli ha sottratto il premio e l’onore. Aiutalo tu e sostieni i Troiani, perché i Greci si pentano della loro superbia». Ma Zeus non rispondeva. Infine disse: «La questione non è semplice. Sai bene che Era, mia sposa, con Atena sostiene la causa degli Achei. Se intervengo in aiuto dei Troiani, certo io e lei litigheremo. Ma lascia fare a me: la tua richiesta verrà esaudita». Quando Zeus tornò alla sua casa, subito Era intuì che le stava nascondendo qualcosa. «Che cosa trami questa volta, marito mio? Zeus, adirato, rispose brusco: «Come osi rivolgerti a me con questo tono? Io sono il signore degli dei, che dirige le vie del destino. Non pretendere di conoscere il mio pensiero, che è oscuro anche agli dei». Ma Era, piena di sospetto, insisteva e lo accusava di tener- la all’oscuro dei suoi piani, mentre Zeus si adirava sempre di più.


vv. 161-162 Achille è risentito perché Agamennone minaccia di sottrargli Briseide, sua schiava di guerra e segno del suo valore guerresco. La lite è una questione d’onore.


vv. 173-175 Agamennone è il comandante della spedizione, ma non può costringere i principi a combattere: il suo potere è quindi limitato.


vv. 184-187 Agamennone rende esplicita la sua minaccia, sottolineando che il suo gesto è un modo per ribadire la propria autorità, umiliando Achille.


vv. 240-244 Attraverso le parole di Achille, il poeta anticipa con una prolessi, cioè la narrazione di un evento che avverrà nel futuro, il successivo svolgimento della vicenda. In seguito infatti Agamennone, incalzato dai nemici troiani, cercherà invano l’aiuto di Achille.


vv. 225-226 Le parole di Achille contro Agamennone sono durissime, piene di pesanti insulti, ma può comunque permettersi di pronunciarle perché è un guerriero forte e onorato.

Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Achille

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